Casa delle Culture e dell’Accoglienza: un faro di speranza per le persone Lgbt vittime di violenze e discriminate

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di Rosina Musella

Inaugurata il 5 febbraio scorso la Casa delle Culture e dell’Accoglienza per persone LGBT+ vittime di discriminazione e violenza, nata dalla collaborazione tra il Comune di Napoli e diverse realtà campane: Antinoo Arcigay Napoli, ALFI Le Maree, ATN – Associazione Trans Napoli, l’Università Federico II, l’Ordine degli Psicologi, il Nuovo Teatro Sanità e tante altre.
La struttura, la cui sede non è ancora stata resa nota per motivi di sicurezza, rappresenterà un salvagente per tutte le persone queer vittime di soprusi e, al contempo, fungerà da polo culturale per la cittadinanza, poiché una parte di essa sarà aperta al pubblico per l’organizzazione di eventi a carattere sociale.
In merito, abbiamo intervistato Antonello Sannino, segretario Arci Napoli e Arcigay Napoli, per farci raccontare di questo progetto.

Come funzionerà l’ingresso nella Casa?
Stiamo ancora strutturando il percorso di accoglienza: ci saranno delle turnazioni perché la permanenza sarà limitata e l’obiettivo sarà rendere indipendenti le persone che entreranno, permettendo loro di recuperare gli anni scolastici e di inserirsi nel mondo del lavoro grazie a tirocini formativi; è infatti fondamentale l’aiuto dell’imprenditoria locale che si è messa a disposizione per future collaborazioni.
Ci saranno, inoltre, équipe di avvocati, psicologi e medici che aiuteranno le persone accolte e le sosterranno nelle loro difficoltà. Ovviamente, coloro che entreranno in questa fase effettueranno un tampone e verranno rispettate tutte le regole per il contenimento della pandemia da Covid-19.
Uno spazio della Casa, poi, sarà aperto alla cittadinanza e lì si svolgeranno rassegne a carattere culturale e sociale. Rappresenterà un polo di cultura e integrazione che immaginiamo dedicato alla città, e in esso mettiamo tutta la nostra volontà e professionalità per combattere ogni forma di discriminazione.

Sono già arrivate delle richieste?
Le richieste arrivano da tempo e tante sono state le situazioni drammatiche a cui non abbiamo trovato risposta negli scorsi anni: ricordo due ragazzi omosessuali cacciati di casa perché la mamma di uno dei due temeva che il figlio potesse “attaccare” l’omosessualità alla sorellina. Oppure Sergio, sbattuto dal fratello a vivere in un sottoscala, con la bombola di ossigeno da un lato e un topo che gli mordeva il braccio dall’altro. Per tanti anni non abbiamo saputo come affrontare queste situazioni, per mancanza di un luogo adatto, e questo accade perché all’avanzamento dei diritti civili non è seguito un avanzamento dello stato sociale, quindi spesso non ci sono valide soluzioni al problema. Infatti, la legge regionale campana contro la violenza ai danni delle persone LGBT+ è fondamentale, in attesa di provvedimenti nazionali, come è fondamentale l’apertura di questa Casa che è la prima a cogestione comunale. Nel resto d’Italia queste strutture sono gestite da enti privati, mentre questa nasce sì come progetto di una cordata di associazioni private, ma in cogestione con un ente pubblico, il Comune di Napoli, e ciò rappresenta una svolta notevole.

Qual è stata la risposta del quartiere?
Allo stato attuale non conosciamo bene la zona. La sede storica di Arcigay Napoli è dal 1984 a Vico San Geronimo, in un quartiere del centro storico. Lì l’integrazione è eccezionale da decenni: quando c’è stato il pericolo di un’aggressione, gli abitanti della zona ci hanno spesso difeso scendendo con scope e mazze; quando organizziamo una festa, la vicina del piano di sopra abbassa il paniere per prendere un pezzo di torta. I cittadini ci vogliono in quel vicoletto perché siamo l’unico punto di luce, quindi spesso anche l’unico presidio di sicurezza. Il quartiere dove ha sede la Casa rappresenterà una nuova sfida.