Comunichiamo l’incomprensione

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di Ugo Righi

Tutto
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.
Sto parlando ora con questa persona ma non sto certamente comunicando: parlare è facile, comunicare difficilissimo. La comunicazione è quello che arriva all’altro non quello che parte da chi parla e so quello che ho detto solo quando arriva la risposta.
Spesso scegliamo con accuratezza parole, modi di dirle, stile ma poi, per forza le buttiamo al vento, non sappiamo quali effetti produrranno. Come si combinano le parole e cosa toccano nel labirinto intrecciato delle emozioni di chi ascolta è un mistero.
Malinteso, non inteso, fraintendimento, incomprensione, sono talmente continui che sembra che questa sia una specie di propensione profonda di ognuno.
Anche tra gli amici l’equilibrio comunicativo è continuamente a rischio, anzi spesso più minacciato da eccedenze emotive. D’altra parte non si può non comunicare: qualsiasi cosa noi facciamo o non facciamo, diciamo o non diciamo è comunicazione, perché la comunicazione è comportamento e non possiamo avere un non comportamento. Il punto chiave è la desiderabilità: qualsiasi comportamento comunicativo non arriva se non c’è in qualche modo attesa della parola, e quindi l’ascolto, come precondizione e come alimentatore della generazione del dialogo che produce le relazioni di valore. Occorre insomma intenzionalità comunicativa costruendo insieme la comunicazione stessa, verificando la comprensione e ascoltando.
Spesso implicitamente incorporiamo l’incomprensione trasformandola per inerzia in una patologica comprensione, perché troppo faticoso approfondire, superare la comodità dei pregiudizi, e continuare a essere amici riuscendo a comunicare cosa si è comunicato, confrontando le intenzioni e le percezioni.
Comunicare non è solo dire, ma capire cosa è arrivato e questo richiede apertura e approfondimento.
Mi succede spesso e lo vedo nei funzionamenti organizzativi: il vero nemico non è il conflitto ma l’incapacità di comunicarsi l’accordo.
Poi il conflitto arriva ovviamente ma spesso è figlio di un malinteso, di una sciatteria comunicativa. Succede nelle coppie, nei gruppi, nelle organizzazioni, nei paesi, nel mondo.
Occorre dare più valore, attraverso l’ascolto all’altro, come unica strada affinché lui ne dia a noi ascoltandoci.
Solo così si potrà cominciare a vivere insieme cosa sempre più difficile.