Le impalpabili essenze del regno vegetale

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di Giuseppe Tranchese

Quando pensiamo al dolore ed alla morte, per ovvia deformazione antromorfica, siamo spinti a focalizzare l’attenzione sulle nostre esperienze umane o, nei casi di maggiore sensibilità, ad estenderle ad alcuni animali. Molto più raramente, invece, si sposta l’attenzione sulle piante. Eppure queste ultime sono apparse sulla Terra centinaia di milioni di anni prima di noi, hanno sviluppato capacità di adattamento, modulazione, flessibilità e resilienza tali da consentire loro di sopravvivere ad eventi catastrofici molto meglio di quanto siamo stati in grado di fare noi animali. Il regno vegetale ha potuto auto preservarsi grazie ad un sistema complesso di comunicazione integrata chimica ed elettromagnetica, dove la rete comunicativa prende il sopravvento sui sistemi di controllo oligarchici tipici del regno animale.
La risposta agli stimoli delle piante, in assenza di un sistema nervoso centrale, di un cervello e di meccanismi recettoriali necessari per tradurre gli stimoli dolorifici in una vera sensazione, farebbe concludere che esse non possono provare dolore. Tuttavia, sono molti i casi (non solo aneddotici, ma soprattutto scientificamente studiati e monitorati anche dal nostro connazionale Prof. Stefano Mancuso) in cui, dinanzi alla sofferenza ed alla morte dei “compagni di spazio”, ad esempio in un appartamento o in un vivaio, anche le altre piante sono morte, pur continuando ad essere accudite. Come se qualcosa che influenzava il loro istinto vitale fosse venuto improvvisamente a mancare. Il loro comportamento appariva simile a quello osservato quando esse vengono ricollocate in un terreno inadatto. Le spiegazioni più frettolose orienterebbero verso una contaminazione infettiva o infestiva; quelle mediamente approfondite considerano un potenziale stress legato alla brusca interruzione di uno scambio di elementi nutritivi più o meno quantificabile; le osservazioni più acute (da alcuni definite ironicamente “romantiche”) considerano anche le carenze di quelle impalpabili essenze nutritive, non solo fisico-chimiche, che non pochi botanici definiscono “emozioni vegetali”.
Senza spingersi al punto da parlare di un vero e proprio “dolore vegetale”, diversi ricercatori hanno provato a misurare gli “effetti dell’assenza” (per non dire lutto). Tra questi, il biologo britannico A.J. Trewaves ha evidenziato che, nel momento in cui sembra essere in atto un processo di “suicidio clorofilliano”, vi sia un cospicuo incremento dei livelli di calcio nelle cellule vegetali, così come avviene nei nostri neuroni quando si attivano per raccogliere le informazioni atte a generare un processo decisionale.
L’etologo Gilbert Maury ha esteso gli studi agli effetti dell’interruzione di scambi (che ha definito emotivi) addirittura tra pianta e animale, nel caso specifico tra la ginestra ed il bisonte. Per salvaguardare dall’estinzione gli ultimi esemplari di Bison Bonasus, una ridotta mandria di soli cinquecento capi è stata trasferita nel 1991 dalla Polonia in una riserva francese nella quale gli animali si sono precipitati a cibarsi, tra le altre, di un’unica varietà di piante: le ginestre. Queste ultime (che in fitoterapia sono usate anche per le eccellenti proprietà regolatorie della frequenza cardiaca), non solo hanno sfamato e verosimilmente bioregolato lo stress metabolico da trasporto e variazione ambientale, ma soprattutto, nel corso di pochi mesi, hanno iniziato, naturalmente, a prosperare con impressionante vigore.
Certamente, un eccesso di crescita può essere stimolato da una reazione della pianta ad una nuova aggressione, ma in questo caso, sembrava entrare in gioco qualche altro fattore: dall’altra parte della recinzione della riserva, le ginestre, alle quali i bisonti non avevano accesso, prosperavano con la stessa intensità delle altre, come se ci fosse la percezione di dover contribuire a dare supporto ed assistenza all’intero ecosistema.
Maury tentò un esperimento ulteriore. Recintò un’area della riserva in modo che i bisonti non potessero più nutrirsi delle ginestre e notò, nel giro di pochissime settimane, che tutte le piante di questo recinto riducevano la loro crescita e collassavano, come “mortificate” dall’impossibilità di non poter più essere d’aiuto.
Non possiamo sapere se il fatto che i vegetali si aggrappino alla vita o si spingano verso la morte sia legato ad un vero e proprio processo decisionale, mosso nel primo caso da un timore e nel secondo caso da una forma di sofferenza. Ciò che, invece, sembra emergere dagli studi e dalle osservazioni, è la loro naturale disposizione a mantenere uno scambio gratuito, cooperativo ed a basso consumo energetico con l’ecosistema. Infatti la loro esistenza non si limita solo al luogo in cui si trovano: tutti i loro semi e i loro pollini si spostano per mezzo del vento, degli insetti, degli scoiattoli e degli uccelli. Tutte le informazioni che trasmettono con i loro composti volatili e con le loro radici sono un’estensione della loro stessa vita.
Forse anche per questo l’Intelligenza cosmica ha predisposto per il regno vegetale una sorta di pseudo-immortalità che si esprime attraverso la clonazione e l’invulnerabilità.
L’esempio più eclatante della prima è rappresentato dal Pando (dal latino pandus: esteso e piegato) che vive in USA nello Stato dello Utah da circa ottantamila anni e per clonazione dei tronchi ha rinunciato alla riproduzione sessuata in favore della propagazione vegetativa (tanto da sembrare più una foresta che una pianta). All’altra estremità della catena evolutiva vegetale c’è il Tarassaco (dente di leone) che non utilizza la riproduzione sessuata ma la partenogenesi, rarissima nei vegetali, che consiste nel produrre un embrione a partire da una cellula del pistillo, quindi, non ha bisogno di impollinazione. Il dente di leone è indistruttibile, invulnerabile, ed ancora una volta una grandissima fonte di ricchezza potenziale per l’umanità stessa, non solo per il suo consumo alimentare e le sue proprietà fitoterapiche, ma anche per il suo contenuto in gomma.
Dovremmo, dunque, porci quale obiettivo primario la salvaguardia del regno vegetale, dispondendoci a farci trafiggere dalla sua bellezza (parafrasando Thomas Mann), dalla sua forza e soprattutto dalla sua naturale propensione alla cura della nostra stessa energia vitale.

Giuseppe Tranchese