Napoli, una città che nasce dal suo stesso ventre

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Ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Angela Cerritello

Napoli sembra una città venuta fuori dal suo stesso ventre. Non a caso furono già i Greci a tirar fuori una ad una le pietre che sarebbero andate a edificarla, scavando e scalpellando nella cedevolezza del tufo giallo. Di quella antica agorà è rimasta traccia visibile, così come degli edifici barocchi, dei solchi delle carrozze, degli ingressi ampi di palazzi che nascondono il cielo. E fra quelle mura e su quelle strade di basolato, nero pece che sembrano quasi far il verso al vicino Vesuvio, si aprono scenari di vita brulicante. Napoli è una città vorticosa, stratificata, intensa. E’ una Babilonia di vicoli, di mestieri, di storie, di persone, di panni stesi ad asciugare. Ogni particolare, anche quello più dissonante, concorre a descriverla e tenderla in piedi. Come se alla mancanza di un pezzo, crollasse tutto quel castello di carte a cui somiglia.
“Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole”
Scriveva Calvino nelle Città Invisibili. E non c’è modo migliore per raccontare ciò che Napoli è o come ce la si immagina in quello che è diventato forse uno stereotipo ormai ben collaudato.
Oggi una delle zone che sembra più rappresentarla e svelarla agli occhi di chi la vede per la prima volta o di chi ritorna a visitare le sue architetture e i suoi siti artistico-culturali, ormai sempre sul podio delle mete più amate dal turismo internazionale e nostrano, è Via dei Tribunali. La strada, assieme a San Biagio dei Librai e Via dell’Anticaglia è una dei Decumani che disegnano la colonna vertebrale del Centro Antico. Fino a pochi anni fa, mercato del pesce nonché da sempre enclave di storiche pizzerie, ora sembra vivere un’epoca aurea in quanto a presenze turistiche. Ma c’è poi il prezzo da pagare, ovvero quell’inarrestabile trasfigurazione dovuta ai flussi turisticidi cui sopra e ad un forte processo di gentrificazione.
Il termine gentrification è stato coniato dalla sociologa Ruth Glass nel 1964 e deriva dalla parola “gentry”, utilizzata per definire la piccola nobiltà di campagna e più in generale la tendenza all’imborghesimento di una realtà urbana, non necessariamente confinata nelle periferie.Vasci e case lasciano quindi spazio all’imperare dei B&B, a prezzi accessibili e situati in pieno centro, nel vivo dell’esperienza di viaggio, così come le attività commerciali più disparate sembrano chiudere i battenti per reinventarsi come hamburgerie, friggitorie, spacci di pizze “a portafoglio”. Insomma tutto è all’insegna dello streetfood e così accanto alle pasticcerie e alle pizzerie che da sempre partecipano all’ossatura del quartiere, aprono tutta una serie di attività che non variano in proposta, ma consolidano quel nuovo disegno di Via dei Tribunali come il tempio del cibo di strada. Sono processi osservabili, a cui è difficile muovere una critica, che sia di plauso o di dissenso, vista la rapidità con cui si manifestano ed evolvono. Eppure il Decumano Maggiore è anche altro, certo patrimonio indiscusso se si parla di chiese, musei, siti culturali, ma anche nuova tela per i tanti artisti che Napoli la fanno parlare attraverso le proprie opere. E così da via Duomo fino al Conservatorio di Musica San Pietro a Majella, in nemmeno un chilometro, si sviluppa uno scenario di arte spontanea densissimo. Forcella ospita il San Gennaro di JoritAgoch che grandeggia sulla strada come patrono dal volto di “scugnizzo”, immortalato, con in viso i tipici segni rossi dei ritratti dello streetartist, come un santo di strada. Poco più avanti, in Pizza Gerolomini, su un palazzo affiora la Madonna con Pistola di Banksy, unico esempio italiano del celebre writer inglese e ormai meta imperdibile di amatori del genere, posta da un privato sotto teca in un gesto di ingenua cura per l’opera. E ancora, affacciandosi in Vico dei Maiorani, una delle effigi marine di Bulb, che trasforma celebri opere d’arte in personaggi sommersi con tanto di maschere e tubo. Se ne trova un altro esemplare non lontano dalla Cappella di San Severo, e così il Cristo Velato sembra interfacciarsi ironicamente e idealmente con un Cristo acquatico. Continuando a camminare su Via dei Tribunali si incappa poi negli straordinari lavori di Massimo Pastore che con i suoi Santi Migranti dona voce e contestualizza la tragedia del Mediterraneo. Fortissimo è il tema sociale anche con Trallalà e Lsd che attraverso Partivano i Bastimenti sembrano ricordarci la storia delle migrazioni umane, di quando a partire con la valigia di cartone e la fame nella pancia eravamo noi. Si arriva poi a Piazza Bellini e se si vuole fino a Port’Alba per ammirare il discorso per immagini di Eduardo Castaldo, fotografo che nel 2013 ha vinto il World Press Photo, e che reinventa qui la street art con un lavoro che brucia e rafforza al contempo il dibattito sulla rivoluzione araba per quanto è potente e trasversale in termini di espressività artistica. Infine non si può non attraversare Vico San Domenico, già di per sé palcoscenico di luce. La strada strettissima disegna ragnatele di ombre che rimbalzano su pareti scorticate e pietre sconnesse. Appena lo si imbocca ci si trova davanti ad un carosello di immagini disinvolte, sirene mastodontiche, scritte vernacolari, murales, graffiti, stencil che hanno reso il passaggio ormai iconico.
Napoli sembra una città venuta fuori dal suo stesso ventre. Ed in effetti lo è. Se ne sta tutta immersa in sé stessa, si lascia invadere e assediare, ma poi torna ad essere quella che è sempre stata. Come fuori dal tempo, o forse dentro un tempo tutto suo, quello di un passato talmente pesante e pressante che non ce lo si scrolla di dosso. Gentrificata, ma pur sempre genuina, trova sempre una tattica per rimane autentica. Quindi se passi su quelle strade, per vi dei Tribunali e ti spingi fino a via Duomo che la interseca, guarda le mura dei palazzi e lì ci trovi scritto che Napoli resiste ancora una volta attraverso l’arte. Perché a Napoli anche i muri parlano e lo fanno attraverso la street art.