Riprendere narrazioni

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in foto un quadro di Paolo Righi

di Ugo Righi

Sarà successo a molti. Durante questo periodo di forzato isolamento e allontanamento (anti) sociale, provo un tipo di avvicinamento avanzando nel passato, stimolando la memoria nel sistemare cassetti pieni di carte, foto, agende, appunti, scritti sparsi, oggetti e ritrovando nomi e volti.
Ritrovo nomi e volti persi nel tempo. Tanti nomi. Tanti volti.
Sarà successo anche a qualcuno di voi. Molti di questi, nonostante mi sforzi di ricordare, sono proprio sconosciuti.
Ora ma certamente con loro per un periodo breve o più lungo avevo vissuto qualcosa. Ma ora non ci sono più, li chiudo definitivamente con un pennarello rosso.
Una sorta di addio definitivo, un corona virus del passato, ma fatto con gentilezza, senza dolore, con un indefinibile sentimento di gratitudine.
Poi trovo persone che ci sono ancora, sono passate da un’agenda all’altra, nel tempo.
Senza data di scadenza. Almeno spero.
Nomi, in altre parole persone, con cui c’è un senso e in alcuni casi amicizia. Poi il disorientamento quando trovo nomi di persone con cui ricordo il rapporto, mi ricordo di loro, ma non ricordo la conclusione e il perché.
Allora tento il contatto e chiamo qualcuno.
È un rischio.
Chiamare è un rischio perché la memoria ha cancellato il perché il rapporto si è interrotto e potrebbe essere avvenuto per qualcosa di grave, qualche infrazione, qualche incidente, non so.
Qualcuno risponde e sperimentiamo insieme il piacere di ritrovarci.
Con alcuni siamo stati amici.
Possiamo esserlo ancora.
Sento ora, ancora più forte che in altri momenti, in questo isolamento elaborativo il valore del sentimento dell’amicizia.
Mi chiedo chi è amico con me, chi sono i miei amici e cosa significa essere amici.
Penso che l’amico sia un destinatario privilegiato, cui puoi raccontare pezzi della tua vita, e lui ti ascolta, mentre tu fai lo stesso con lui. Se non possiamo raccontare niente a nessuno, è come se non vivessimo quello che proviamo: se non puoi raccontare la vita, non la vivi.
Raccontare la vita ed essere insieme fidandoci e avendo un progetto comune: ecco la sintesi secondo me degli ingredienti dell’amicizia. Siamo in un periodo storico, dove la paura degli altri è dominante, (ora poi con il corona virus l’altro è pericoloso solo per il fatto di esistere, oltre alle sue intenzioni); le relazioni sono prevalentemente strumentali e il momento della verità è quello degli interessi (prevalentemente economici). Ci si deve difendere da vari tipi di aggressione e quindi la relazione d’amicizia diventa preziosa, perché permette la fiducia, la possibilità di rivelarsi e di esporsi.
Se penso a chi è mio amico, devo pensare a qualcuno che si merita, il ruolo di destinatario, così come io mi merito di essere emittente e di essere il suo destinatario. La vera reciprocità.
“ Chi trova un amico trova un tesoro”.
Come molti detti popolari contiene una grande sintesi di senso, di verità. Un amico forse si trova, nel senso che in tutte le relazioni intense qualcosa d’indefinibile le fa nascere (il massimo è nell’amore), ma poi una relazione d’amicizia si costruisce e serve un progetto comune per continuare a farla vivere.
L’amicizia va alimentata e occorre manutenzione, nello stesso tempo lieve e rigorosa. Se manca il progetto, le amicizie hanno una data di scadenza. Un progetto e anche stile, qualità nella e della relazione, in cui raccontandoci ci si riconosce, reciprocamente, il valore di esserci e il vantaggio. Chissà, forse un altro degli effetti collaterali utili di questo periodo potrebbe essere questo: tornare indietro per riprendere grumi di tempo, in cui avevamo scambi vitali e provare a battere la fine, magari inventando nuovi progetti riprendendo narrazioni interrotte.