Agri-tettura 6.0, dal Pil al Piq (Prodotto interno di qualità): ai Green Blue Day il modello Granese

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in foto Diego Granese

Di mestiere fa l’architetto e il designer ma non per questo si accontenta di progettare ambienti e definire spazi senza imprimere loro una impostazione chiara: un approccio trasversale che passa per il rispetto dell’ambiente ma punta a valorizzare il tempo e la qualità della vita. E’ l’Agritettura 6.0, una chiave di lettura nuova e rivoluzionaria, attraverso cui poter rielaborare gli eventi ed interpretare le tante e diverse dimensioni in cui l’uomo è chiamato ad esprimersi in modo ragionato, per niente frenetico, filosofico e – per certi versi – anche poetico. Non soltanto ecosostenibilità, quindi, ma lavorare bene, alimentarsi bene, fare sport, in una parola: volersi bene. A coniare il concetto – e declinarlo pubblicamente nell’ambito dei Green Blue Days (la cui seconda edizione si è appena conclusa a Taranto) – è Diego Granese, tra gli speaker di punta anche quest’anno dell’evento sulla sostenibilità sistemica fondato da Sonia Cocozza con Rosy Fusillo ed Elisabetta Masucci.

“Bisognerebbe partire dall’asilo, perché quando i giovani sono all’università è già troppo tardi”, dice. “E’ importante non soltanto essere rispettosi dell’ambiente in cui viviamo ma saperlo fare nostro e amarlo in modo naturale, stabilire un rapporto uomo-pianeta dove al centro di tutto vi sia un individuo evoluto, con una filosofia nuova, diversa, fondata non più sul Pil ma sul Piq, il Prodotto interno di qualità. E’ la qualità a fare la differenza, non i soldi, non il consumismo né la produzione. A che serve guadagnare diecimila euro al mese se poi questo comporta lavorare sedici ore al giorno?”. Un interrogativo posto anche al talk “Agri-tettura 6.0”, tenutosi lo scorso 10 ottobre a Taranto, con la partecipazione di Laura Di Santo (assessore del Comune di Taranto), Donato Pentassuglia (assessore all’agricoltura della Regione Puglia), Aren Hoxha (co-founder Urban Farmer), Vincenzo Fanelli (amministratore unico della Centrale del Latte), Mariangela Turchiarulo (docente universitario presso il Politecnico di Bari), Laura Constantino (docente universitario presso il Dipartimento Jonico dell’Uniba), Giovanni D’Amuri (GAL Magna Grecia), Andrea Sperti (Acquaponica Service Soc. Coop), Alfonso Cavallo (presidente Coldiretti Taranto).

“Il termine Agri-tettura 6.0 nasce proprio dalla necessità di generare una nuova grande rivoluzione dell’uomo per l’uomo”, spiega Granese. “Bisogna interagire sinergicamente con il pianeta in un equilibrio armonico, attraverso il ‘buon fare’. La formazione, le imprese, la gestione dei territori, la creatività, la bellezza dovranno essere i capisaldi di questo nuovo manifesto – aggiunge – con al centro l’uomo ed il suo sereno futuro. Non possiamo più accettare che si consegni alle nuove generazioni un pianeta malato, con uomini e cose inquinate da sviluppi quasi esclusivamente affaristici e consumistici”.

E che c’entra l’architettura. “C’entra, eccome. Perché architettura vuol dire bellezza, poesia, non puntare per forza sull’effetto ‘wow’, che deve necessariamente sbalordire, virando piuttosto verso modelli che siano sostenibili sia dal punto di vista sociale che ambientale ed economico. Che senso ha fare il bosco verticale se poi soltanto di condominio costa 1.500 euro? Non è sostenibile. Il bosco deve essere orizzontale com’è sempre stato, uscendo dall’equivoco della spettacolarizzazione e puntando su modelli essenziali, ben fatti e alla portata di tutti”. Bisogna quindi guardare al mondo con occhi nuovi, senza filtri che ne travisino i contorni, investendo nei giovani, anzi, nei giovanissimi.

“Sono stato professore all’università – spiega ancora Granese – e posso assicurare che parlare di filosofia, di poesia, ai corsi di architettura è davvero difficile. Gli studenti sono già formati, hanno delle preclusioni, spesso sono lì per prendere lo stretto necessario che serve a superare la prova che hanno davanti. Occorre invece ripartire dall’asilo. Dove la platea non ha preconcetti ed educare naturalmente le giovani menti ad una visione di futuro improntata alla bellezza. Un modo di vivere, mangiare, muoversi nell’ambiente il cui unico comun denominatore sia la qualità. Della vita, del tempo, del cibo”.  Un seme che va piantato ora, secondo Diego Granese, quando la sensibilità all’ambiente appare un processo ineluttabile per via delle transizioni in atto, le “gemelle” (green e digitale), e con una generazione nuova di bambine e bambini che si formerà con i valori della sostenibilità, lascito degli adulti di oggi, di chi – paradossalmente – ha investito davvero poco nella tutela del pianeta.