Sud a ritmo lento

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Il Sud cresce ma ancora troppo poco. E anzi quest’anno si intravedono i primi segnali di ulteriore rallentamento rispetto agli ultimi due anni. Ciò nonostante, alcune scelte dedicate al Sud contenute nella legge di bilancio, “come le rimodulazioni delle risorse per la coesione e la riduzione di quelle per gli investimenti delle imprese meridionali, lasciano dubbi sulla effettiva volontà di agire in questa direzione”. Parte da Confindustria, dal consueto Check Up, curato con SRM, un primo giudizio negativo sulla manovra che lamenta poca incisività sugli snodi cruciali di crescita, anche per il Mezzogiorno. Unica spinta positiva resta l’impresa e in particolare quella manifatturiera, con i suoi investimenti privati. È questa, in sintesi, la fotografia del meridione che emerge dallo studio.
Anche per il 2018 i 5 indicatori che compongono l’Indice Sintetico dell’Economia meridionale sono positivi (Pil, imprese, occupati, export, investimenti). “Rispetto al 2017, rallenta però il ritmo con cui i valori del 2007 si stanno recuperando. Con l’andamento lento dell’ultimo anno, infatti, saranno necessari ancora 4 anni per tornare al valore di partenza dell’indice” – si legge nel volume. E ancora, è in atto “un trend moderatamente positivo, ma non ancora sufficiente a far imboccare all’economia meridionale un robusto sentiero di crescita”. Siamo ancora lontani dai livelli precrisi.
Il traino resta quello delle imprese industriali che sono vitali e conseguono risultati anche migliori delle “colleghe” del centro-nord. “Il valore aggiunto industriale sale, nel 2017, del 4,1% al Sud (contro un +1,1% del centro-nord), con risultati particolarmente significativi nella manifattura vera e propria, che cresce al sud del 5,8% (a fronte del +1,6% nel centro-nord). Il contributo maggiore a questa spinta significativa viene dagli investimenti, che crescono soprattutto nell’industria (+7,7% nel 2017, con una stima di +14,9% nel 2018), compensando la fermata che si registra nei servizi (stimati in leggero calo, -0,4%)”. Questo calo del valore aggiunto nei servizi, che riflette minori consumi e con un’economia dipendente dalla domanda interna invece che dall’export, è un ulteriore segnale di difficoltà per le regioni meridionali.
Segnale positivo viene dall’export: “nei primi nove mesi del 2018, raggiunge quasi 37 miliardi di euro, con un incremento rispetto allo stesso periodo del 2017 del 7%, più che doppio di quello registrato nel complesso del Paese (+3,1%)”. L’export presenta segnali in chiaro scuro, in quanto le esportazioni sono trainate quasi esclusivamente dagli idrocarburi.
Sull’occupazione si assiste ad un vero e proprio stop delle nuove assunzioni nel terzo trimestre 2018. Il periodo “presenta un inatteso calo degli occupati, pari a -0,6%, peraltro non equamente distribuito: diminuiscono per la prima volta dopo diversi trimestri gli occupati in Campania (-55mila) mentre aumentano di oltre 25mila unità in Calabria. Restano molto alte, in particolare, la disoccupazione femminile (al 19,3%) e soprattutto quella giovanile (a 43,3%). Pur se in calo, si conferma l’emergenza occupazione al Sud, dove poco più di un giovane su due effettivamente lavora”.
Tra gli aspetti negativi, anche le dinamiche creditizie creano “incertezza: nonostante un significativo calo delle sofferenze, frena in maniera sensibile il credito concesso dalle banche (-4,5%). In particolare, continua il calo dei finanziamenti bancari alle imprese delle costruzioni e quelli alle famiglie”.
Più in generale per quanto riguarda il Pil, “le più recenti revisioni delle previsioni operate a livello nazionale dai principali istituti (tra cui il Centro Studi Confindustria, che stima una crescita del Pil nazionale nel 2019 dello 0,9%) potrebbero tuttavia comportare una revisione al ribasso anche per l’andamento del Pil nella ripartizione meridionale”. Anche perché continua a mancare il contributo degli investimenti pubblici alla crescita, dove la spesa raggiunge il livello minimo degli ultimi 15 anni. “La spesa in conto capitale della PA al Sud continua ad essere caratterizzata da un trend decrescente (da un massimo di 21,6 miliardi di euro nel 2009 ad un minimo di 10,6 nel 2017, anno in cui, secondo le stime,). Se solo la spesa fosse rimasta costante sui livelli raggiunti nel 2009 anche per gli anni successivi, sarebbero stati spesi poco meno di 60 miliardi di euro in più per investimenti pubblici al Sud, con effetti positivi che è facile stimare”.
Dallo studio, pertanto, emerge con chiarezza che per dare una chance di ripresa effettiva al sud, le “sfide assolutamente decisive per la riduzione dei divari e la stabilizzazione delle prospettive di crescita” bisogna puntare sull’impresa ma affiancandola ad un attore pubblico efficiente che rimetta in campo nuovi investimenti prima di tutto in infrastrutture.