Nomadland di Chloé Zhao: i contorni sbiaditi del sogno americano

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di Erika Basile

“Una delle cose che amo di più di questa vita è che non c’è mai un addio definitivo. Sai, ho conosciuto centinaia di persone quaggiù e io non dico mai ‘addio per sempre’, dico solo ‘ci vediamo lungo la strada’. Ed è così. E che sia un mese, un anno, a volte più anni, le rivedo. E posso guardare la strada ed essere sicuro in cuor mio che rivedrò mio figlio, un giorno. Tu rivedrai Bo e potrete ricordare le vostre vite insieme allora”. Le parole pronunciate da Bob Wells in uno dei dialoghi più densi e significativi del film Nomadland (2021) toccano corde molto profonde e riescono a trasmettere emozioni contrastanti, da elaborare lentamente. Scritto, diretto e co-prodotto da Chloé Zhao, è ispirato al racconto d’inchiesta della giornalista Jessica Bruder, Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century, che ha raccolto le storie dei nomadi del terzo millennio in un viaggio on the road durato tre anni. Rivedere, a distanza di tempo, questo lungometraggio conferma la sua capacità di stimolare pensieri e riflessioni. La recessione economica iniziata nel 2007, in seguito alla crisi dei mutui subprime, e la precarietà provocata dalle logiche economiche contemporanee hanno infoltito notevolmente il numero di coloro che, senza lavoro e senza pensione, vivono a bordo di furgoni e roulottes, spostandosi lungo gli Stati Uniti alla ricerca di lavori stagionali. E quel numero continua a crescere, dopo gli effetti a catena dovuti alla pandemia, per necessità ma anche per ribellione verso la vita stanziale. Sempre più spesso, infatti, c’è chi decide di mollare tutto e partire o di continuare a lavorare ma farlo “in movimento”, grazie alla tecnologia digitale, spinto dalla curiosità, dalla fame di vita, dal desiderio di abbandonare ogni sovrastruttura e di smarrirsi nel mondo. Di essere, parafrasando Bruce Chatwin, perpetuum mobile.
In Nomadland, l’attenzione di Chloé Zhao è rivolta alle persone che vivono ai margini, quelle che non hanno avuto alternativa e che, da un giorno all’altro, sono state costrette a mettersi in viaggio per sopravvivere, diventando migranti.
Come nei suoi due precedenti lungometraggi, Songs My Brothers Taught Me e The Rider, la regista predilige attori non professionisti, custodi di stili di vita frugali, lontani dalla frenesia delle grandi metropoli. Sceglie di dare spazio agli invisibili, ricercando una verità emotiva che può scaturire solo dalla naturalezza e dalla semplicità. La narrazione drammatica si mescola alla vita reale nel lirismo spirituale di sterminati paesaggi avvolti dalla luce crepuscolare, in cui le figure si immergono e si perdono. Nomadland assume, a tratti, le caratteristiche di un documentario, essenziale, che scava in profondità, affidandosi alla voce e ai corpi degli stessi nomadi. Bob Wells è uno di loro. “Il film parla davvero del dolore e della guarigione – afferma in un’intervista – e penso che sia una storia fantastica per tutti coloro che hanno sofferto e sono stati coinvolti nel dolore e nel processo di guarigione. Penso che dimostri davvero il potere curativo della natura”. Icona del nomadismo americano, egli, attraverso il suo canale YouTube, che conta 600.000 iscritti, è un punto di riferimento per tutti coloro che vivono nei furgoni. Dopo un divorzio finanziariamente difficile, non essendo più in grado di pagare l’affitto, ha comprato un Van in cui vivere e ha reinventato la sua esistenza. Dal 2010 organizza il Rubber Tramp Rendezvous a Quartsite, in Arizona, il più grande raduno nomade degli Stati Uniti. Seminari ed eventi costituiscono una straordinaria occasione, fornendo informazioni preziose e creando connessioni tra persone accomunate dallo stesso modo di intendere la vita “sulla strada”. Per Wells essa “non è solo sopravvivenza. Può offrire un diverso standard di qualità della vita. Pochissime persone che si trovano in Paesi avanzati hanno un vero controllo sulla propria vita. Da un lato c’è la libertà e dall’altro il comfort. Se sei disposto a rinunciare al comfort, puoi ottenere la tua libertà”. Nel film, Bob Wells interpreta sé stesso così come Linda May e Swankie, i “veri nomadi” che hanno le interazioni più significative con la protagonista. Frances McDormand, attrice magistrale, è Fern, una donna che vede dissolversi improvvisamente ogni certezza: suo marito muore, dopo 88 anni viene chiusa la storica fabbrica di cartongesso in cui lavora, a Empire (Nevada) e la città aziendale dove vive si trasforma in una valle disabitata, privata anche del codice postale, in un susseguirsi di strade e case fantasma. D’un tratto, un colpo di spugna cancella il suo passato. Sola, con poco denaro, raccoglie le cose essenziali, le carica sul suo furgone bianco e comincia una nuova esistenza, viaggiando dal Nevada all’Arizona, passando per le Badlands.
I contorni sbiaditi del sogno americano, l’immagine di una società in cui la contrapposizione è netta tra chi ce l’ha fatta e chi è rimasto indietro. Chi viene privato della dignità, chi perde improvvisamente ogni punto di riferimento ed è costretto dalle circostanze a ricominciare da zero, spesso a un’età in cui la vita inizia a chiedere il conto. Come i pionieri, i nuovi nomadi si mettono in cammino. Le golette della prateria sono sostituite dai Van, che non rappresentano soltanto un mezzo di trasporto ma simboleggiano la casa perduta e ciò che resta della storia di ognuno di loro. Un rifugio, a cui ciascuno assegna un nome, che diventa l’unico luogo dove sentirsi al sicuro, il solo punto fermo in una vita fatta per lo più di ricordi. Ricordi spesso dolorosi, condivisi nel deserto con una comunità composta da tante solitudini, riunite attorno al fuoco come una tribù indiana. Nomadi moderni, dal volto segnato come una cartina, su cui sono trascritti i percorsi di una geografia interiore. Si muovono cercando lavoro tra centri di smistamento Amazon, campeggi, fast food e campi di barbabietola, aiutandosi vicendevolmente. “Vanguard” (Avanguardia) è il nome che Fern decide di dare al suo piccolo mondo a quattro ruote, in cui ogni oggetto rievoca un momento, una persona, un pezzo importante di una vita ormai lontana. “Avanguardia” simboleggia il trait d’union, ma anche la cesura tra quello che è stato e quello che sarà. La sua scelta di non fermarsi, neanche quando le viene offerta la possibilità di farlo. Decide di essere completamente libera dalle convenzioni, di assecondare la propria inquietudine, di continuare a cercare qualcosa che riesca a sorprenderla, come una scogliera sul mare in tempesta. Fern sublima il suo passato attraverso la scelta di non avere più vincoli. Forte e premurosa, passa attraverso il dolore e lo vive fino in fondo, si immerge in esso per poterlo superare, acquisendo una nuova consapevolezza. Lungo il suo cammino, incontra donne e uomini che come lei hanno subito l’esperienza della perdita, ma anche persone con cui condivide il suo bisogno di libertà e di scoperta, di cercare la meraviglia che si nasconde nelle piccole cose. “Non sono una senzatetto. Sono senza casa”, sottolinea. La casa si trasforma progressivamente in uno stato mentale, libero, senza barriere né recinzioni, in cui conservare solo ciò che è davvero importante. Per andare avanti, per ricominciare, senza voltarsi indietro. “Mio padre diceva: ciò che viene ricordato vive. Forse ho passato troppo tempo della mia vita solo a ricordare”, confessa a Bob. Il film si conclude là dove tutto ha avuto inizio. Fern cammina per le strade desolate di Empire, entra nel prefabbricato dove ha vissuto buona parte della sua precedente esistenza. Tutto ormai è ricoperto di polvere, le stanze sono vuote. Osserva il paesaggio dietro ai vetri di una finestra, comprende di aver bisogno di quello spazio aperto, di non poterne più fare a meno. Apre la porta e accenna un sorriso, quasi impercettibile. Scende le scale e riparte a bordo del suo “Vanguard”. Mentre scorrono i titoli di coda sulle note del pianoforte di Ludovico Einaudi, a noi restano i volti scolpiti, i lunghi silenzi, il potere catartico della solitudine, il legame con la natura, il senso di appartenenza a una comunità, la regia che alterna primissimi piani carichi di verità alla suggestione di campi lunghi e lunghissimi, alcune immagini che mi sono sembrate un omaggio a The Tree of Life di Terrence Malick.